Le origini del bufalo La zona di origine del bufalo è stata individuata nell’India centrale, dove sarebbe stato addomesticato già in età paleolitica (Santijanni, 1910). Ferrara (1960) riferisce di raffigurazioni del 5000 a .C. che lascerebbero supporre che in quell’epoca il bufalo fosse addomesticato. In alcune grotte dell’India centrale sono state ritrovate pitture murali risalenti al 3800 a .C. raffiguranti scene di vita domestica in cui sono presenti i bufali. Ritrovamenti fossili ad Ur, in Mesopotamia, testimonierebbero la presenza di bufali domestici risalenti al terzo millennio a.C. 

Il bufalo in Italia

Dalla documentazione esistente non è possibile desumere l’esatto periodo in cui il bufalo fece la sua comparsa in Italia. Balestrieri (1974) sostiene l’origine autoctona del bufalo italiano basandosi sul ritrovamento di fossili nel Lazio e nell’arcipelago toscano risalenti al Quaternario e al Pleistocene inferiore.
Campanile Castaldo (1960), riferisce che conferma della presenza della specie in epoca romana è fornita dal ritrovamento di una scultura, che rappresenta una testa di bufalo, nelle rovine della villa di Adriano a Tivoli. Pur potendo sorgere il dubbio che tale scultura possa essere stata portata a Roma dall’Egitto o da qualche altro paese, appare lecito affermare che se essa è stata posta in una casa dell’Imperatore, i romani dovevano averne certamente conoscenza diretta.
Secondo Cantaluppo (1960), invece, non si ha alcuna testimonianza dell’esistenza del bufalo in Italia in epoca romana; infatti i maggiori scrittori latini di agricoltura, come Catone, Varrone, Virgilio, Colummella, non ne fanno in alcun modo riferimento.

Il bufalo nell’Italia meridionale

Un’ipotesi molto accreditata è quella dell’introduzione del bufalo in Italia, dall’Ungheria, ad opera dei Longobardi alla fine del VI secolo, con le invasioni barbariche.
Paolo Diacono, nel IV libro della sua Historia Longobardum, scrisse che furono portati per la prima volta in Italia cavalli selvatici e bufali. Al seguito di questi conquistatori i bufali migrarono al sud (Longobardia minor), fino alle pianure di Caserta e di Salerno (Ducato di Benevento), dove furono presenti per altri cinque secoli.
Altri autori parlano di una seconda introduzione del bufalo ad opera dei Saraceni dall’Egitto al tempo delle conquiste arabe dell’VIII secolo, anche se sembra inverosimile che li abbiano trasportati via mare in Italia sulle loro leggere imbarcazioni (Correale, Citro, 1995).
Le prime testimonianze ufficiali della presenza del bufalo in Italia sono datate a partire dal 1200. Molte di queste provengono dai documenti amministrativi degli archivi dei Benedettini, ordine religioso molto presente nel salernitano nel periodo medievale.
Secondo Giardiello (1992), dal 300 in poi i riferimenti al bufalo nelle cronache si fanno sempre più numerosi. Spesso si tratta di brevi citazioni, sufficienti tuttavia a testimoniare la presenza di quest’animale nell’economia agricola di alcune aree dell’Italia meridionale.
Nei documenti rinvenuti nel Casertano, il bufalo compare nel 1496 nell’asse ereditario di Rinaldo Fieramosca, genitore del famoso Ettore, che comprendeva alcune tenute con allevamenti di bufali nei dintorni di Capua (Campanile, Castaldo, 1958).
Giardiello mette in evidenza che, nel 700, il bufalo comincia ad essere citato anche nella letteratura e in particolare nei “diari di viaggio” dei turisti venuti in Italia per ammirare le bellezze storico-naturali del nostro paese.
In questo contesto socio-economico, caratterizzato da grandi latifondi e demani feudali, da terreni paludosi tipici della Maremma tosco-laziale, delle pianure pontine e in particolare delle pianure tra il Garigliano e il Volturno e di quella del Sele l’allevamento del bufalo costituì l’unica risorsa, l’unica attività agricola sostenibile in quelle terre malsane.
Il bufalo, ha popolato queste pianure abbandonate, alimentandosi quasi esclusivamente di erbe ed arbusti non appetiti agli altri ruminanti, immergendosi nelle ore più calde dell’estate nelle acque dei fiumi e, in mancanza di questi, nel fango dei pantani e di grosse fosse dette tonzi o caramoni che scavava fino a raggiungere le prime falde freatiche (de Franciscis, 1992).
Il bufalo era utilizzato nell’aratura dei campi destinati alla cerealicoltura estensiva e i maschi castrati (maglioni) si rivelavano utili per i trasporti interaziendali, specie nei terreni acquitrinosi dove gli zoccoli del bufalo, lunghi e larghi, non affondavano troppo (Perillo, 1975).